IMPOP-PVRG VOMPO-TUAMADRE-CANIS: legami d’arte e dialoghi

febbraio 2nd, 2012 by NOELLE_CF Artisti per CasaPound - Azioni Eventi
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Scuderie-Estensi
Qualcuno ha lasciato il minipony dei nostri tardi anni ‘80 a mollo nel vasetto della china e un’assurda cavalleria di passaggio deve averlo centrato appena sotto l’orecchio, tanto basta a farlo sanguinare.
Mi chiedo quanto possa rimpiangere la casa di campagna di Barbie e i tempi in cui avrebbe flesso la zampa turchese solo per vezzo ora che compare in piena guerra esistenziale, bandito dal mondo dei pastelli e pronto ai meta-transfert più temerari.
Non si sentirà troppo solo nella vetrina dei balocchi per adulti cheTuamadre condivide col più insolito dei bimbi sperduti che firma l’unica opera in mostra col titolo della stessa fanzine che la compone e diventa per noi Pvrg Vompo. Così, tra il nostro minipony con la testa infilata in un coniglio offerto in sacrificio e i due topini cheTuamadre racconta con un certo affetto e stende enormi sulla tela coi corpi allacciati come se la stretta convivenza li avesse fusi insieme (o finissero per divorarsi l’un l’altro per la stessa ragione…), penzola dall’alto della parete un telo grezzo, spennellato in lungo e in largo senza cura, dove più d’un centinaio di mattonelline di carta raccontano le gesta (?) del poco noto simil-black metal che ha nomePvrg Vompo.

2012-01-28 19.13.07
Codice miniato in bianco e nero, cattura l’occhio come il furbo disco del sole messicano, che vorrebbe racchiudere in breve tutti I vicoli della propria città e costringe gli occhi a infilarsi tra gli angoli a spiare quanto l’insieme non possa suggerire. Passi in avanti, dunque. Ed ecco che l’opera ci affolla le tempie di esserini minuscoli e pause e tratti neri che di lontano parrebbero figli di buone maniere. Parole e volti d’infanzia violata attraversano la carta e le spille da sarta, un brano alla volta, dall’inglese moderato al sumero scimmiottato a dovere e desunto con cupa leggerezza dal Necronomicon di un Lovecraft riletto senza troppo rispetto, mentre il sigillo di questa moltitudine segreta e gridata s’affolla al centro del nostro possibile sguardo. E’ tutto lì, dove non potremmo non finire che per forza a leggere quanto la vita sia sbagliata dal principio, fin dentro l’utero materno, dove l’uno di due feti allacciati divora l’altro prendendone spazio.

“Ma non significano un cazzo” mi dice lui, bimbo tra chi si perse, e mentre mi parla e non risponde sono sempre più convinta che del resto, per quanto ne so, nell’arte si mente.

Appena oltre ci aspettano le bacheche nere di Canis, un microcosmo di intimità e volti febbrili sepolti dal vetro delle teche. Parrebbero sequenze di pellicola o istantanee rimodulate in digitale, eppure niente che spetti ai nostri sguardi è mai passato per un obiettivo. Quegli occhi fondi, troppo grandi per fronte e zigomi piegati al nero che ne vuole ancora, non hanno avuto più d’un foglio e poco altro che una matita per risalire le correnti e farsi largo. Urla ipnotiche. Sembra possano evocare chissà che vortici, mentre raccontano I dettagli d’un dolore sincero, fotogramma dopo l’altro, e l’attore sembra non sostituire mai se stesso, mentre il suo viso si perde nella frazione ininterrotta dei vetri d’uno stesso specchio.

“Ne avrò lasciati alcuni – a gridare sul serio, dico io – in qualche casa abbandonata” e se ce lo confessa lui, non dovremmo dubitare sia così. Il guaio, però, è aver dimenticato dove per venirseli a riprendere al bisogno. Oppure no. Del resto l’assoluta libertà che accorda ai suoi piccoli ominidi deformi è quanto di più sereno potremmo aspettarci da un artista. “Restino pure là”: la contaminazione del tempo, la pioggia o il sole siano per loro l’ultimo dei ritocchi possibili di cui altrimenti non potrebbero godere.

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L’arte Impop chiude il cerchio di questi dialoghi possibili e presenta manipolazioni grafiche che rileggono il mondo dell’essere in chiave contro-manierista, montando e rimontando frasi note per immagini a proprio im-popolare piacimento.

E per quanto un solo “baffokomintern” apra le porte del salotto bene di chi conta e “I ragazzi del muretto” banchettino ancora sui nostri pochi resti, è pur sempre un buon momento perchè sui cieli di Manhattan si torni a volare con gusti un po’ retrò, senza dover rischiare di ricorrere ai Ghosbusters per infrangere di rosso I pallori di una qualche Wall Street.

ila_byakuren

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